insicurezza

Insicurezza? Pensa solo a te stesso

Alle volte siamo invisibili a noi stessi

Qualche tempo fa sono stato contattato da più persone nel giro di 24 ore. Fin qui niente di strano. Successivamente, però, mi sono reso conto che avevano tutte una cosa in comune: più o meno fermamente, individuavano negli “altri” la soluzione dei loro problemi (anche molto diversi tra loro). Erano tutti convinti che dovessero lavorare sul diventare assolutamente più attrattivi nei confronti di genitori, amici, partner e società in generale.

In alcuni casi gli altri rappresentavano l’esempio da imitare per vivere una vita migliore, in altri casi, invece, il problema era rappresentato dall’assenza degli altri, di qualcuno (partner o amici) che “desse un senso alla loro vita” (perché chi c’era e si interessava a loro o non bastava o non andava bene). A questo pensiero si affiancava anche quello di ritenersi persone inadeguate, poco piacevoli o con un brutto carattere.

Dopo i primi tempi passati ad ascoltarle e a raccogliere informazioni, ho chiesto loro di raccontarmi qualcosa di sé stessi e tutti (chi più, chi meno) hanno reagito quasi infastiditi. Il filo conduttore delle loro reazioni era che non capivano cosa risolvesse (o c’entrasse) parlare di loro quando l’argomento che “dovevano” affrontare e risolvere erano “gli altri”.

Oggi ti voglio parlare dell’insicurezza, di come si genera, cosa comporta e perché ci costringe ad avere un rapporto complicato (se non brutto) con noi stessi. Alla fine scoprirai una conclusione paradossale che non ti aspetti e che è anche un modo efficace per lavorarci su. 

Quel buco nero che, a volte, noi siamo per noi stessi

Capita molto spesso di non capire cosa c’entriamo noi con i nostri problemi e con le nostre difficoltà:

  • “Cosa c’entra cosa penso di me con il fatto che non ho amici?”
  • “Cosa c’entra come mi descrivo o se non mi apprezzo con il fatto che non riesco a trovare lavoro?”
  • “Cosa importa se ho capito o no cosa voglio fare con il fatto che non ho mai una soddisfazione?”

A quanto pare ci spaventa davvero molto rivolgere lo sguardo verso noi stessi, preferiamo combattere (idealmente) contro tutto e tutti piuttosto che guardarci in faccia e accettarci per come siamo o (addirittura) provare a volerci bene, in alcuni casi siamo perfino disposti a non risolvere le nostre difficoltà pur di non farlo.

Chiarisco che non penso affatto che, se e quando ci comportiamo così, lo facciamo per partito preso o per evitare l’impegno che ne deriva ma perché in quel momento non riusciamo a fare diversamente: è più forte di noi.

È un gran peccato perché, invece, siamo proprio noi la risposta migliore e più efficace, bisogna solo trovare il modo. Certo, serve avere pazienza (a volte molta), fiducia e soprattutto non mollare quando i risultati stentano ad arrivare.

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Forzati (inconsapevolmente) a negare noi stessi

Arriviamo a respingere noi stessi perché, fin dai primi anni, la nostra vita ci porta a sperimentare che i nostri sentimenti, le nostre emozioni, i nostri pensieri e le nostre idee è bene che lascino il posto a quelle indicate, o meglio imposte, dal mondo che ci circonda (in primis la famiglia).

Gli abbondanti “no” e le tante correzioni che riceviamo ci fanno presto capire che ciò che facciamo (che viene da noi, che ci determina) è sostanzialmente sempre da correggere: non va bene o non basta mai.

Capiamo velocemente che la migliore versione di noi è (e deve essere) quella indicata dagli altri (soprattutto dai genitori) e così, piano piano, cominciamo a comportarci come vogliono loro. Controlliamo e limitiamo i nostri impulsi e le nostre voglie (bisogni) fino a negare noi stessi e quando non sappiamo bene come fare: non facciamo (meglio evitare di sbagliare).

Di tutto ciò, però, né i genitori né i bambini hanno coscienza: succede a prescindere dalla loro volontà. Non è una scelta.
I genitori (se non hanno un efficace termine di paragone) replicano pedissequamente ciò che hanno vissuto a loro volta con i loro genitori e i bambini, a maggior ragione, non hanno alcuna alternativa.

Comincia una lotta che in molti casi dura per sempre

Doverci comportare come ci viene detto e non come sentiamo, è innaturale e comporta un grande sforzo. Da piccoli cerchiamo di tenere duro, di ribellarci (capricci e bugie), cerchiamo modi (e mondi) in cui permettere a noi stessi di esprimerci ma questo, inevitabilmente, ci allontana (chi più chi meno) dalla realtà, dalle sue regole e dalle sue dinamiche.

Ad un certo punto non lottiamo più contro gli altri ma contro noi stessi e i nostri impulsi perché abbiamo imparato (e accettato) che sono sbagliati e che vanno corretti. Diventiamo i censori di noi stessi, questa cosa diventa parte di noi e lo sarà per sempre a meno di una rottura, di una crisi che la rimetta in discussione.

Da quel momento ci adattiamo alla nuova condizione e elaboriamo strumenti e metodi per sostituire ciò che proviamo (le nostre sensazioni e le nostre emozioni) con ciò che ci viene inculcato al loro posto: da quel momento diventiamo degli insicuri.

L’insicurezza genera insicurezza

Faccio due esempi classici: “copriti che fa freddo” e “fai i compiti che poi li controlliamo

Nel primo caso impariamo a soffocare e rinnegare i nostri sensi. Succede, infatti, che quando noi non sentiamo freddo ma l’adulto di turno (genitori, nonni o maestri) vuole che ci copriamo lo stesso, perché lui/lei dice che fa freddo, ci viene trasmesso (e ribadito ogni volta) che ciò che sentiamo noi è sbagliato e che va corretto.

Così, a lungo andare, non ci fidiamo più delle nostre sensazioni, il che vuol dire che non ci fidiamo più di noi stessi.

Nel secondo caso, invece, impariamo che noi non siamo in grado di fare il nostro lavoro, di valutarlo e, tanto meno, di prendercene la responsabilità, per cui ci dev’essere sempre qualcuno (più qualificato) che controlli ciò che facciamo.

Cioè: i nostri genitori non si fidano di noi e non ci ritengono all’altezza del nostro compito! E perché mai, poi, dovremmo farlo noi?

I bambini fanno i compiti e gli insegnanti li controllano e, eventualmente, li correggono. I genitori non hanno ruolo in questo, intromettersi vuol dire mancare di rispetto sia ai bambini che agli insegnanti.

Quando usiamo frasi di questo tipo, pensiamo sinceramente di aiutare i bambini e crediamo, anche, che non ci siano alternative perché siamo sicuri che loro non sono in grado di cavarsela da soli e come potrebbero se nemmeno noi siamo in grado di farlo?

Il compito del genitore è di guidare il figlio nel suo percorso di vita, insegnandogli gli strumenti per cavarsela da solo e non di sostituirsi a lui/lei per fare bene il compito. Se non riesci a farlo è perché non ti fidi della tua capacità di educatore e se è così, la soluzione non è (mai) quella di fare tu al posto loro ma è di lavorare su questa capacità per migliorarla.

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Malfunzionamento della nostra “capacità di giudizio”

Se la capacità di giudizio viene compromessa si diventa insicuri: è una conseguenza logica e inevitabile. Il nostro strumento adibito al giudizio è stato mandato in tilt e al suo posto ci è stato consegnato un pacchetto di modelli teorici, impersonali, contraddittori, irraggiungibili, opinabili e destabilizzanti che possiamo riassumere con l’espressione: fare la cosa giusta.

Quindi il primo passo sta proprio nel comprendere che l’essere insicuri dipende dal fatto che questo strumento non funziona più e che il suo ripristino risolverà il problema. Riattivata la nostra capacità di giudizio, torneremo ad agire sicuri delle nostre scelte, avremo chiare le conseguenze delle nostre azioni e così potremo imparare dai nostri errori ed evolvere.

Pensare di riattivare (più precisamente ricalibrare) uno strumento, oltre ad essere decisamente più corretto, è sicuramente anche molto meno stressante di pensare di dover cambiare noi stessi perché non andiamo bene.

L’aiuto prezioso degli altri

Paradossalmente, per ricalibrare la nostra capacità di giudizio e tornare a fidarci delle nostre sensazioni, ci serve l’aiuto degli altri. Ci serve, cioè, allentare il controllo su noi stessi e affidarci al giudizio degli amici e delle persone che stimiamo.

“Il loro giudizio infatti è certamente più obiettivo del nostro e ci restituirà i parametri corretti su cui calibrare il nostro strumento che, con il tempo, imparerà a vedere e giudicare le nostre azioni per quel che valgono realmente e tornerà efficiente.

Un altro ottimo banco di prova e di aiuto sono i figli (e i bambini in genere). Coinvolgendoli, tra l’altro, attenui l’effetto della tua insicurezza su di loro e, come dico sempre: ogni volta che ti apri a loro fai un passo in più verso la vostra reciproca profonda conoscenza, che è il presupposto (e lo strumento) di una vita migliore per entrambi.

Se vuoi possiamo approfondire insieme questo tema complesso e spesso sottovalutato.

Se poi decidi di affrontarlo e lavorarci ti darò una mano a farlo.

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